15 novembre (II)

(Me he dado cuenta de que no encuentro las palabras para contar esto en español; los que me conocéis desde hace tiempo, ya sabéis lo que pasó en esta entrega de la historia: dejé Salamanca)

Ero arrivata in città un’estate prima, dopo vent’anni di assenza dall’Italia.

Avevo appena divorziato: una mattina di settembre, a Salamanca, ho caricato l’auto con gli oggetti indispensabili (il ferro da stiro; la macchina da caffè; le stilografiche; il cuscino) per iniziare un viaggio di ritorno lungo strade che avrei potuto percorrere a occhi chiusi, ma su cui non avrei immaginato di transitare sola. Dietro, un legame profondo, che non andava sciupato e doveva trasformarsi senza cambiare pelle: il rispetto, innanzitutto; l’equilibrio, la ponderatezza gioiosa, la scoperta continua, la crescita, una rotonda maturità. Imparare. Insieme, non abbiamo mai smesso di imparare. All’orizzonte, una sterrata sconnessa, il sottopasso allagato dell’incoscienza e un’unica certezza: possedere soltanto la responsabilità di sé.

Da questo lato delle Alpi, nessuno sapeva che tornavo, non l’avevo detto. Un giorno mi hanno semplicemente trovata nella vecchia casa dei nonni, da tempo disabitata ; io, i miei trenta scatoloni –venticinque di libri, tre di pentole; il resto, pochi vestiti, lenzuola, coperte – e la bici da corsa con i colori del Real Madrid. Non avevo ancora rimediato le parole per spiegare, con la logica ferrea che mia madre da sempre mi esige, che a un certo punto la bora dell’indipendenza ha soffiato selvaggia sul mio nome, quel nome che in fondo significa soledad, e per non impazzire mi sono abbandonata, consegnandomi alla burrasca.

Sapevo fare le stesse, pochissime cose, di vent’anni prima, quand’ero partita. Tradurre. Parlare straniero. E il pane. Per il pane ci vuole famiglia, ed ero tornata monaché; ma il resto, forse, volevo provare a farlo nel modo specifico e peculiare che avevo imparato altrove. C’era il progetto, un’ossessione lunga mezza vita. Cercavo il luogo dove forgiarla e metterla a funzionare. E una città che lenisse l’unghiata di Salamanca, l’acuta fitta della sua nostalgia.
(segue)

La giornata di formazione per insegnanti di ELE di qualche settimana fa. Cose di casa che spero diventino consuetudine a Torino. La squadra.
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Sono un traduttore e dirigo la scuola ELE USAL di Torino. Vengo da Salamanca e, prima ancora, da Padova.
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