15 novembre (I)

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(versión española más abajo)

Si ha come una luccicanza, quando giunge il momento di raccontare una storia. Una storia rotonda, che contiene tutto, compresa l’accettazione di una realtà più grande, più elastica, più espansa*, che ingloba fatti e fenomeni straordinari, quasi miracolosi.
La molla, questa data. Il risultato è più lungo del previsto, e così ho deciso di pubblicarlo a puntate.

È il 15 novembre,  e sono passati due anni.
Due anni dal mio primo discorso pubblico a Torino, la città in cui vivo. Un discorso pubblico e con molto pubblico, che nessuno però sapeva avrei tenuto. Nessuno lo sapeva perché, semplicemente, a Torino non conoscevo proprio nessuno, a parte alcune delle persone che gremivano quella sala all’Eridano, un bellissimo circolo di canottaggio sul Lungo Po. A Torino conoscevo soltanto i medici e gli infermieri del C.O.E.S., il Centro Oncologico ed Ematologico Subalpino, e quelli del Day Hospital del CRCU, la ColoRectal Cancer Unit dell’ospedale delle Molinette.
Ero lì per loro.
Ero lì grazie a loro.
E tra tutte le cose difficili che una può fare a Torino una sera di novembre di quelle languide, quelle in cui il mio nonno, come me in questo momento, cenava un panino al burro e marmellata e andava a letto presto, la cosa che io stavo per fare era probabilmente la più difficile di tutte: dopo, nient’altro mi sarebbe sembrato impossibile. E questo non è mica un bene, anzi.
(segue)

***

Se nos aparece una especie de resplandor, cuando lega el momento de contar una historia. Una historia redonda, que lo contiene todo, incluido aceptar una realidad más grande, más elástica, más expandida, que engloba hechos y fenómenos extraordinarios, casi milagrosos.
El resorte, esta fecha. El resultado es más largo de lo previsto, así que he decidido publicarlo por entregas
.

Es el 15 de noviembre, y han pasado dos años.
Dos años desde mi primer discurso público en Turín, la ciudad donde ahora vivo.
Un discurso en público y con mucho público; un discurso que, sin embargo, nadie sabía que iba a dar.
Nadie lo sabía porque, simplemente, en Turín no conocía a nadie, excepto a algunas de las personas que abarrotaban esa sala en el Eridano, un hermoso círculo de piragüismo a orillas del río Po.
En Turín conocía solamente a los médicos y a los enfermeros del C.O.E.S., el Centro Oncológico y Ematológico Subalpino, y a los del Day Hospital del CRU, la ColoRectal Cancer Unit del hospital Molinette.
Estaba allí por ellos.
Estaba allí gracias a ellos.
Y entre todas las cosas difíciles que alguien puede hace en Turín una de esas noches lánguidas de noviembre en las que mi abuelo, igual que yo ahora, cenaba un bocadillo untado con mantequilla y mermelada y se acostaba pronto, lo que yo estaba a punto de hacer era, probablemente, la cosa más difícil en absoluto: después, nada más me hubiera parecido imposible. Y eso no es bueno, sino todo lo contrario.
(continuará)

*las palabras en lila están sacadas de Julio Cortázar, Clases d literatura, Berkeley 1980, Alfaguara

 

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Informazioni su monicarbedana

Sono un traduttore e dirigo la scuola dell'Università di Salamanca a Torino. Da Salamanca vengo e, prima ancora, da Padova.
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