Settembre

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Il mese è questo, il segno il mio; uno dei pochi a essere rimasti intatti nel “Cielo de Salamanca”, un dipinto cinquecentesco di Fernando Gallego, che un tempo decorava la volta della Biblioteca Antica dell’Università di Salamanca e che, dopo una storia travagliata, ora sta nel patio che ospita la sede centrale della mia Scuola.

È settembre, e settembre è anche un mese “molto di Pierluigi”; il mese del terremoto a Chiusaforte, ma anche della natura più dolce, dell’aria più diafana, del tepore altrui finalmente cercato. È in settembre che ci siamo visti a Mantova, e poi, dopo, basta:

Gli orli hanno la luce di settembre
come una bella mela le nuvole oggi
sono innocenti, senza rumore
Settembre, dalla raccolta Ritornare, che ho già tradotto)

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Settembre arriva dopo un agosto passato a tradurre fittamente.
Tra le molte altre cose, un racconto francese che si svolge in parte durante la campagna di Russia di Napoleone. I soldati morivano di freddo incalzati dai cosacchi, nelle immense pianure innevate; io grondavo sudore sulla tastiera, nel deserto di Torino. Forse è dal contrappasso che nasce la voce giusta. Anzi, le voci. Perché è stato un coro. Victor Hugo, Ponson du Terrail, Javier Cercas e Anabel Hernández. E molti giornalisti internazionali, più di quanti poi siano realmente finiti sulla carta. Nessuno è rimasto privo di parole, e questo equivale sempre a una barriera che cade.
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Barriere come quelle che Agus Morales osserva, descrive e ci aiuta a capire. Informarsi soltanto non basta più. Sta nelle cose che scegliamo di fare ogni giorno la possibilità di aggirare la “frontiera nord” che alcuni si ostinano a marcare (la mia intervista su “Left” numero 35; ci vedremo al Festival di Mantova. Sempre Mantova, Mantova sempre).
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Poi ho cambiato postazione. La temperatura esterna è diminuita, ma non quella del cuore, né quella delle sillabe sulle dita. E tra le fronde si è fatto largo un progetto che, se c’è vita, diventerà di carne e ossa nei prossimi, furibondi mesi.

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Ho camminato a passo veloce, quello che quasi nessuno sa tenere (lui sì, se s’impegna).

Quanto somiglia al tuo
questo fitto rincorrermi
questo scalpitare dei minuti nel nulla

(La misura dell’erba)

E mi son seduta ad ascoltare quel che il Mario ha sempre da dirmi, ma che nei suoi boschi ha un suono più limpido.
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Ho conosciuto amici di cui non avevo ancora stretto le mani, con cui non avevo ancora riso. Non a voce, perlomeno (Morgan Palmas, la metà di“Sul Romanzo”).
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La parte soleggiata di noi stessi
non somiglia a questo prato d’agosto
che vedi
somiglia piuttosto a una pietra
che il tempo abbia sepolta
nel fondo profondo di noi

(La misura dell’erba)

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Le mattine di latte e di pane e di nuvole basse e di vento stanno per finire. Ho voluto mungere la nostalgia fino all’ultima goccia.
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(…) porto nelle narici
il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio
di quando nevica, la memoria lunga
di chi ha poco da raccontare.

(I vostri nomi)

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Passano gli anni, i decenni, i secoli e perfino le ere geologiche, ma qui sarò sempre per tutti l’unica cosa che in realtà voglio essere: la figlia del Davide, quea che ga sempre i libri in man.

È tempo di tornare.

Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto
da una mano anonima, geniale
su un muro graffito alla periferia di Udine,
il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate
nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io
.

(i miei Penati, i tuoi, le briciole di paste in fondo al sacchetto, il fumo di un comignolo, la coda di quel lupo che da lunedì attraverserà il sentiero).

I brani di poesia citati sono tutti di Pierluigi Cappello. Buon settembre.

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Informazioni su monicarbedana

Sono un traduttore e dirigo la scuola ELE USAL di Torino. Vengo da Salamanca e, prima ancora, da Padova.
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