Il saltimbanco ero io

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L’ultimo giorno di scuola. E, anche quest’anno, ancora vive.

È stato l’ultimo giorno di scuola, ieri.
E l’ultima lezione di conversazione, il corso in cui le persone si sentono con maggior coinvolgimento parte di una comunità culturale e di una scuola peculiare. Scelgo gli argomenti con oculatezza, imposto un ritmo dinamico, apro la paratie della comunicazione. Si svuota il senso di estraneità. C’è posto per tutti nel Paese-lingua. Il nostro si moltiplica per 21.

Ieri ho parlato della creduloneria di quando eravamo piccoli, di quegli errori mostruosi che nessun adulto ci ha mai corretto e che abbiamo ripetuto per anni (del tipo “Io da piccolo credevo che una volta il mondo fosse in bianco e nero, come nei vecchi film”), fino a che non siamo sbattuti addosso alla ridicola verità. E siccome in una lezione di questo tipo agli studenti viene voglia di aprir bocca solo dopo che si è confessato Bertoldo, ho parlato della canaglieria con cui per lungo tempo ho ingannato mio fratello, visto che a me, diffidente fin dalla culla e cresciuta col vizio di verificare ogni parola sul dizionario e ogni affermazione nell’enciclopedia, nessuno è mai riuscito a far credere niente che non fosse scientificamente provato.

Per anni ho convinto mio fratello di essere stato adottato da una famiglia rom del Montenegro, una famiglia di saltimbanchi che faceva ballare un orso e due capre a suon di organetto e che voleva che il proprio figlio, l’unico maschio, studiasse e diventasse presidente del Governo, e per questo l’aveva affidato a mio padre durante uno dei suoi viaggi nella ex-Yugoslavia. Questo ho raccontato ieri ai miei studenti parlando delle convinzioni assurde dell’infanzia, delle macchie, le piccole vergogne, le grandi crudeltà. Della capacità di fabbricare e spargere palle di bufala ai tempi in cui il dispositivo più tecnologico di cui disponevamo era il telefono, con la cornetta a forma di montera da torero.

Ammutolivo mio fratello con la descrizione minuziosa di paesaggi aspri, tradizioni selvatiche, rituali feroci. Tentavo di convincerlo che conveniva comportarsi bene, non dare problemi, soprattutto non causarmene, perché la vita delle famiglie rom del Montenegro doveva essere ispida, e l’allegria malinconica del saltimbanco era ciò che lo attendeva, insieme all’orso e alle capre, se non fosse tornato lì da presidente del Governo. Ogni viaggio di nostro padre avrebbe potuto essere l’occasione buona per riconsegnarlo a un mondo che non ricordava, ma della cui minacciosa esistenza si andava convincendo.

Qualche volta è capitato che io raccontassi la storia in presenza di ospiti, perché mio padre mi invitava a raccontarla (allora il saltimbanco ero io) e a distanza di molto tempo, anche dopo che una relativa consapevolezza dell’età adulta è sopraggiunta in tutti noi (accompagnata dall’evidenza della sbalorditiva somiglianza fisica che ci accomuna, e dalla crescita sproporzionata del mignolo di un piede, fornito di due unghie -il sinistro, per me, e il destro per lui- anomalia genetica che entrambi abbiamo ereditato dallo stesso padre-), ancora favoleggiamo dell’adozione montenegrina, ma senza mai riderne fino in fondo.

“Perché ti divertivi a spaventare tuo fratello in quel modo? Volevi tenerlo in pugno?”, mi hanno chiesto gli studenti. Non era affatto mia intenzione mettergli paura. Ed è sempre stato impossibile tenerlo in pugno. Aspiravo solo al riconoscimento della capacità di raccontare una storia così gagliarda, così ben costruita, da seminare il panico, scardinare le certezze e insinuare la possibilità del falso perfino dentro l’identità più solida. So dirti le cose in un modo tale che non saprai distinguere dove finisce la storia e dove inizia la vita. Soltanto così posso provare non certo a tenerti testa, ma almeno a difendermi.

“Accettavo una realtà più grande, più elastica, più espansa, nella quale entrava tutto”, diceva Cortázar a Berkeley, in quelle lezioni di letteratura che moltissimi anni dopo mi hanno permesso di inquadrare ogni mia affabulazione, ogni allucinazione letteraria, senza sentirmi un mostro.

C’era un altro campo in cui, nello stesso periodo, applicavo con fervore il mio personale concetto di realtà più elastica: scrivevo lettere a tutti i fabbricanti degli oggetti che mi piacevano, che desideravo, raccontando di essere una bambina povera; è stato così che a casa sono fioccati una carta geografica dell’Italia, dalla Paravia di Torino; due valigette di Barbie, direttamente dalla Mattel, in America; varie scatole di Lego dalla Danimarca; pacchi di pennarelli Carioca (di nuovo Torino) insieme ai chiodini Quercetti (il regno sabaudo scritto, scritto proprio, nel destino). Ed è andata avanti così fino a quando i miei, insospettiti da tanta corrispondenza di amorosi sensi con le Poste di mezzo mondo, hanno indagato sul contenuto delle mie missive per poi negarmi all’istante e a lungo l’accesso a buste e francobolli (come dire ti tolgo lo smartphone a tempo indeterminato; in quegli anni senza rete i giornali, che per casa circolavano in gran numero, contenevano, ai miei occhi, ogni risposta; erano le password e gli indirizzi del mondo intero; una convinzione che non mi abbandona e ancora difendo tutti i giorni).

Ieri mi si è rotto il computer, in piena fase di consegna di ben due traduzioni. Oggi, grazie alla professionalità di un tecnico e al suo buon cuore, ho potuto salvare sia la macchina che il contenuto, eccetto il dizionario delle collocazioni. Volevo ricomprarlo subito, mi è indispensabile, ma poi ho scritto al signor Zanichelli e gli ho raccontato una storia, la storia, questa storia. E ho scommesso con mia madre, che ogni volta s’imbarazza e gioisce per il mio modo di denudarmi a parole e di accettare una realtà più grande, che il dizionario che tornerà a collocarsi sul mio computer sarà quello che abbiamo dato per perduto, non un dizionario nuovo.

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I computer si rompono. La carta, invece, non cede mai.

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Informazioni su monicarbedana

Sono un traduttore e dirigo la scuola dell'Università di Salamanca a Torino. Da Salamanca vengo e, prima ancora, da Padova.
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2 risposte a Il saltimbanco ero io

  1. Elle Vit ha detto:

    E però, quante cose e storie tutte molto belle

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