Altramuces

Sul NYT sono usciti da poco due articoli (uno di Francisco Moreno-Fernández e l’altro di Valeria Luiselli) che attraverso contenuti diversi giungono alla medesima conclusione: ostinarsi ad associare una nazione a una sola lingua è da sempre causa di disastri per l’umanità. Il professor Moreno-Fernández, che dirige l’osservatorio della lingua e delle culture ispaniche dell’Instituto Cervantes all’Università di Harvard, e Valeria Luiselli, una delle scrittrici di maggior talento del panorama letterario latinoamericano contemporaneo, ma anche insegnante e interprete volontaria al Tribunale per l’Immigrazione di New York, raccontano, con dati o esperienze personali, la persecuzione e discriminazione del mondo ispano negli Stati Uniti. Le forme di rifiuto o repressione linguistica, tuttavia, si incarnano in una gamma pressoché infinita e spesso molto sottile di manifestazioni, in ogni parte del mondo; veicolano la chiusura e l’intolleranza e riguardano molte più persone di quante si possa immaginare, spesso apparentemente insospettabili.

Di questi tempi l’integrazione, l’idea di comunità che ne consegue, necessitano più che mai delle cure di chi si occupa di insegnamento e lavora nel campo della mediazione linguistica e culturale. Stemperare l’animosità, educare (o rieducare) alla tolleranza è un miracolo sociale che potrà compiersi solo nelle scuole, attraverso la conoscenza di altre culture.

Un reportage di Alessandro Gilioli dal Sud Sudan, sull’Espresso di oggi, racconta come questo Stato sia indipendente dal 2011, non abbia un nome e sia composto da una miriade di etnie con lingue diverse e odio reciproco non ancora sopito; eppure è nella scuola messa in piedi dall’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo che figli di padri che si sono uccisi tra loro convivono imparando l’inglese; una lingua comune, il primo passo per immaginare insieme un futuro in pace.

L’editoria inglese, invece, forse per difendere la multiculturalità dall’aggressione della Brexit e proteggersi dalla brutta bestia dell’isolamento, decide di dare maggior voce alle minoranze più diverse dal punto di vista culturale, sessuale o della disabilità. La scelta di Penguin Random House -inapplicabile in Italia, perché la lingua italiana non ha la proiezione internazionale dell’inglese-  rischia però di trasformarsi in ghettizzazione. Ha ragione Giuseppe Laterza quando dice che in Italia gli editori devono lavorare con le scuole e mandare gli scrittori nelle aule a spiegare con le parole della letteratura, ma senza salire in cattedra, la ricchezza che nasce dalla comprensione della diversità.

Ieri ho visitato questa mostra , per preparare il percorso lungo il quale, martedì prossimo, faremo scoprire ai nostri studenti nature morte, florerosvanitas; racconteremo in spagnolo due secoli di un genere pittorico peculiare.

Mentre prendevo appunti sulle opere e osservavo soprattutto gli oggetti e gli animali che vi compaiono (un bodegón è una tela di lessico quotidiano, attuale e vivo nonostante il passare del tempo), mi sono soffermata su un legume dipinto in un quadro simile a questo:

Bodegón

So il nome di quel legume in veneto, stracaganasse, in salmantino, entremozos, e in spagnolo, altramuces. Ma non so o non ricordo la parola italiana. Non ho cercato la traduzione sul dizionario, aspetto di conoscerla dai miei studenti martedì. Provengono da diverse regioni d’Italia e perfino da altri Paesi. Sono sicura che ognuno fornirà un vocabolo differente, alla faccia dell’equazione “una lingua per un territorio”.

“Mi fa piacere che tu sia tornata in Italia e stia riprendendo a leggere e a scrivere principalmente in italiano, perché sei un valore che appartiene al mio Paese. E se invece di perdere così tanto tempo altrove, a salamanchizzarti, fossi rimasta qui, adesso capiresti meglio tante cose”, mi son sentita dire poco tempo fa da una persona di una pochezza culturale imbarazzante, che purtoppo occupa una carica di alta rappresentanza del Paese, questo suo Paese, nel mondo. Mi è sembrata una frase non molto lontana, nella sostanza, dallo “Speak English. This is America”  di cui raccontano le spaventose conseguenze Moreno-Fernández e Luiselli nei loro articoli.

La mia famiglia vive del mare da cinque generazioni. Mari spesso lontanissimi, tiepidi o di ghiaccio, che vanno scoperti e imparati, con i quali si deve parlare: solo in questo modo si sopravvive, noi e loro. Le rotte cambiano con frequenza, e così le lingue. Bisogna parlarle tutte. E il verbo appartenere, in un mondo in cui l’identità è sempre più ubiqua (seimila lingue contro duecento Stati, più o meno), va usato con parsimonia e molta prudenza.

 

(alla Scuola di Spagnolo dell’Università di Salamanca a Torino siamo in fase di programmazione del nuovo anno accademico. lo studio di una lingua straniera non può più limitarsi alla conoscenza della grammatica e di contenuti funzionali: è inscindibile dalla conoscenza culturale, in tutte le sue sfaccettature, interpretazioni, voci. per questo stiamo costruendo un programma che si espande al mondo dell’editoria e della scrittura)

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Informazioni su monicarbedana

Sono un traduttore e dirigo la scuola dell'Università di Salamanca a Torino. Da Salamanca vengo e, prima ancora, da Padova.
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3 risposte a Altramuces

  1. Elias ha detto:

    Non sono le castagne secche? quelle durissime che devi rigirare sotto i denti a lungo per riuscire a masticarle e la mascella ti si infiamma? … se prima non ti frantumi un dente.
    A parte questo, (era una scusa, un incipit) ho scoperto oggi il blog, mi piace quello che scrivi e come lo scrivi, la cosa mi rincuora, sono un vecchio, o quasi, con la tentazione della delusione, ma poi scopro che l’intelligenza, la passione e il cuore sono racchiuse in una persona e questo colora tutto di speranza, non andrà tutto a rotoli… e poi mi fa venir voglia di avere un tre o quattro decenni di meno. Quindi grazie, continuo a leggere. Buona fortuna.
    Elias

    • monicarbedana ha detto:

      Buonasera, sì, “los altramuces” sono le castagne secche.
      Grazie di questo messaggio così bello, talmente bello che non so rispondere perché m’imbarazza, perché non mi sembra di metterci nulla di speciale nel fare o nel dire le cose, anzi, è l’unico modo che conosco e spesso, spessissimo, mi sembra del tutto insufficiente e inadeguato. Sì è vero, invece, che ho un tipo di speranza tenacissima che forse riesco a spargere in giro anche in modo virtuale. Un caro saluto e buona fortuna a lei, di cuore.

      • Elias ha detto:

        Sinceramente (lo so è un pessimo modo di cominciare una frase), insomma non pensavo che avresti risposto, e ancor meno mi aspettavo parole tanto cortesi, la cosa mi disorienta, ma mi fa un gran piacere e conferma quello che subito ho pensato nel leggerti, c’è dentro un animo forte e onesto e appassionato, forse anche una vena di malinconia, quella buona, quella che fa pensare e dubitare.
        Scusami, non sono pratico di blog e simili, non so se sia cosa sconveniente ri-rispondere, non vorrei soprattutto essere importuno, ma di essere stato spronato a riscriverti un poco te ne do la colpa (o il merito), è che hai usato quel “lei” alla fine che segna tanta distanza, e che certo hai usato per cortesia, lo so l’ho detto io dei miei anni, ma per favore, caso mai un giorno o l’altro ci capitasse di corrispondere ancora, ti propongo di voler usare il “tu”, – anche tu -, perché se io sono molto più vecchio, tu sei certamente molto più alta, dunque facciamo che in qualche modo siamo pari.
        Ti rinnovo la stima sincera per la tua scrittura e ti auguro ogni bene possibile, che la vita sia gentile con te.
        Elias
        P.S.: vediamo se indovini cosa sto leggendo? Naturalmente sono su un testo con traduzione a fronte, il mio corso di spagnolo risale a parecchi anni fa e ne è rimasto poco.
        El hombre, que está ciego,
        sabe que ya no podrá descifrar
        los hermosos volúmenes que maneja
        y que no le ayudarán a escribir
        el libro que lo justificará ante los otros,
        pero en la tarde que es acaso de oro
        sonríe ante el curioso destino
        y siente esa felicidad peculiar
        de las viejas cosas queridas.

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