Cercarsi (trovarsi?). In ogni caso, tradurre.

Certi libri ti trovano anche al buio, quando abbassi insieme la guardia e le luci dei riflettori, e intorno l’unica traccia di chiaro è composta da un cimitero di fazzoletti di carta e dal palmo di una mano scottata, dopo che ti ha tastato la fronte.

In questi giorni ho letto, insieme, una raccolta di poesie e un romanzo sulla poesia che si sfogliano entrambi come se li avessero inchiostrati con la carne di una donna.
Viaggio (ma quand’è che si va via abbastanza?), parola, dolore (uno grande, da crepare), alcol, sesso: non c’è mica molto altro da aggiungere, da Bolaño in qua, che ci definisca -nella nostra permanente vernice fresca- come esseri umani.

Destierro, encierro, entierro era il destino previsto da Augusto Monterroso per i latinoamericani che insistevano a leggere e a scrivere. Esilio, manicomio, funerale; se il pronostico vale anche da questa parte del mondo, possiamo lasciare che la parola “trascini i nostri corpi verso la destinazione – o il destino, come si dice in lingua spagnola”, scrive Marco Rossari. “Nel cuore della notte” è il suo libro, appena uscito per Einaudi. L’io narrante è sempre maschile, nel romanzo.

La raccolta di poesie “Mujer lenta” (Pre-Textos), di José Ovejero, ha vinto pochi giorni fa il Premio Juan Gil Albert de Poesía. È una donna a parlare. Mentre a scrivere è un uomo.

Ho scelto e mi sono specchiata. Poi ho tradotto.

(certe traduzioni debordano dalle linee di febbre. i sani non traducono mai. e tra tanta impudicizia ho tentato di coprirmi col nostro modo sempre dignitoso di essere vecchia coppia. va por ti. a pesar de todo)

“CERCARE”
José Ovejero
Da “Mujer lenta”

C’è stato un tempo in cui mi cercavo
dall’altro capo del mondo,
m’immaginavo lì, ragazzina smarrita, ed ero io l’unica
in grado di trarmi in salvo
di prendermi la mano e dirmi
vieni, torna a casa,
ci manchi così tanto.

C’è stato un tempo
in cui mi cercavo negli uomini e nelle donne
che mi esploravano e via via assegnavano un nome
ai miei infortuni e alle fratture, alle sime sommerse
che mai toccò la luce,
quei luoghi desolati dove solo si entra
come si arriva su un altro pianeta, chiedendoti
se sarà abitato, e se è lì
la fine dell’universo.

Non ho mai saputo cosa cercavo, quale sconcerto
o incertezza mi hanno spinto
a oltrepassare di continuo il margine, a sdegnare
la placidità delle valli
o le foto sulle pareti del salotto
e un cane che scodinzola
quando arrivo a casa.

Il rumore, la notte e la rabbia
sono stati i miei segni di riconoscimento, e credevo che essere donna fosse quello,
che l’ultimo bicchiere
e i primi tram mi trovassero in piedi,
e che gli uomini timidi nemmeno osassero chiedermi che ora era
oppure cosa ci fa una ragazza come te, etc.
Me ne sono andata; quella sono io: la donna che va via
di continuo, quella che non torna mai del tutto, e se pensa di tornare
rimane perplessa, tremante,
perché non è possibile il ritorno
se non sai da dove vieni.

Tre poesie di questa raccolta sono state pubblicate dalla mia rivista letteraria spagnola preferita, “El cuaderno”.

***

“El desconocido empezó a hablar en el corazón de la noche. O, al menos, es lo que creo recordar. Ya no estoy tan seguro. Todo se desvanece en la fantasía de la memoria, en la ilusión del recuerdo.
Y de todas formas no importa.
Me gusta pensar que el desconocido empezó a hablar en el corazón de la noche del planeta.
Estábamos en uno de esos autobuses tambaleantes y apestosos que cruzan el tercer mundo, llevándose cuerpos occidentales abandonados a la humanidad de los organizadores, una clemencia que por norma no prevé ni aire acondicionado ni puntualidad, sino solo el efectivo transporte de tus huesos hasta su destino. Polvo, calima, sudor, una lámina de hierro caldeado cargada de seres humanos pegajosos y aturdidos. Un hilo de baba chorrea del labio de ese turista noruego y el sol atraviesa su saliva a contraluz: ¿te dará tiempo a sacar la foto y colgarla en la red?”

L’incipit del romanzo di Marco Rossari potete ascoltarlo qui, letto dall’autore.

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Informazioni su monicarbedana

Sono un traduttore e dirigo la scuola ELE USAL di Torino. Vengo da Salamanca e, prima ancora, da Padova.
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