Siamo fatti di parole

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Le parole sono dardi, l’ho imparato da Fernando Lázaro Carreter. Noi, l’arco che le scocca (non a caso in greco vita è bíos e arco biós). La traiettoria delle nostre parole -lette, dette, anche tradotte- dice tutto di noi, del nostro modo di stare al mondo e di pensarlo, di tentare di trasmetterlo ad altri.

Fernando Aramburu ha appena vinto il XIV Premio Don Quijote di giornalismo con l’articolo “Estamos hechos de palabras”, uscito su “El mundo” l’estate scorsa. L’ho tradotto per l’Università di Salamanca nell’ambito delle celebrazioni per i suoi 800 anni storia, che in maggio corrono parallele alla presenza di importanti autori di lingua spagnola al Salone del Libro di Torino. È un pezzo molto vibrante per tutti noi archi piegati sulle parole, che nella faretra del pensiero ci facciamo compagnia convinti che “la libertà si associ alla padronanza del linguaggio”.

Fernando Aramburu sarà allo spazio dedicato ai traduttori (L’autore invisibile, curato da Ilide Carmignani) insieme a Bruno Arpaia sabato 12 maggio alle 16.00, e poi presenterà il nuovo libro (nuovo per il mercato editoriale italiano), “Anni lenti”, con Paolo di Paolo il 13 maggio alle 12.00.

(nel frattempo, l’ultimo pacco arrivato con l’aria carica di aprile conteneva bellissimi indumenti di cotone colorato, tessuto dalle solite mani pazienti. di corallo l’inaugurazione, con Paolo Cognetti, il 9 maggio alle OGR. vi aspetto, a maggio piovono dardi)

Siamo fatti di parole, di Fernando Aramburu

È stato detto che la lingua edifica uno spazio dove le libertà prendono forma. Ma forse questa virtù non è da attribuire tanto alla lingua in sé quanto alla competenza del cittadino che ha la fortuna di padroneggiare l’espressione orale e scritta, dal momento che le libertà, separate dai soggetti in grado di esercitarle, sono una mera astrazione, un palloncino di gomma da masticare nella bocca del tribuno con ambizioni di comando.

È inconcepibile che il tiranno non si accaparri la potestà esclusiva della parola. È lei che gli permette di allestire la sua volontà dentro la coscienza dei soggiogati e di imporre l’identificazione senza smagliature tra il proprio discorso, la verità e la legge, con il contributo fortemente persuasivo della frusta, chiaro. Blas de Otero chiedeva la pace e la parola, ai tempi del dittatore, consapevole di non disporre né dell’una né dell’altra, o perlomeno non in tutta la loro pienezza.

Si sa che il totalitario si affanna a limitare il raggio d’azione della critica e a silenziare la dissidenza. A qualsiasi costo, assecondando i propri interessi, egli ha bisogno di agire sulla facoltà, che la lingua possiede, di definire il vincolo tra gli uomini e la realtà. Se non intervenisse, loro si voterebbero a sabotare a piacere il discorso ufficiale e a godere dell’abbandonarsi al libero pensiero; creerebbero, quindi, nuovi concetti, modificando i precedenti, sostituendoli con altri e generando, alla fine, conoscenza ed esperienza estetica. La lotta per l’egemonia dei significati non è di oggi ma di sempre, e così continuerà a essere finché esisterà la specie umana. Non sopravvive a lungo il discorso plurale, fuori dall’accordo democratico.

Alzi la mano chi non ha mai fatto il poliziotto linguistico. Chi, a casa, in cucina, appoggiato al bancone di un bar, davanti allo schermo del televisore, non si è fregiato di realaccademici attributi (1) (non cercate realaccademico nel dizionario) criticando l’improprietà altrui, l’inflessione dialettale, la parola sciatta, l’uso inesatto di un modismo? Quante discussioni, aspre, a volte, abbiamo intavolato per inezie linguistiche!

Inezie? Nessuno lo direbbe, vista la foga con cui reagiamo ogni volta che le dita degli altri si ficcano negli ingranaggi del nostro modo di esprimerci. Allora non escludiamo di appellarci, come quando chiamiamo i pompieri, all’autorità della R.A.E. (2) , convinti che il comando supremo delle questioni linguistiche debba pure spettare a qualcuno. Nelle reti sociali ci si imbatte ogni giorno in femministe non prive di tenacia, dedite a orario continuato e con indomito coraggio alla ricerca di vestigia sessiste nei testi orditi da cervella maschili. Due siti più in là non mancano gli opinionisti, colleghi e colleghe, irritati dai vizi idiomatici in voga, dall’invasione degli anglicismi o dall’ideona della copia pedissequa, in spagnolo, delle forme catalane Lleida e Girona.

E ci sono lettori che, in testi di un certo rilievo letterario, non perdonano al romanziere di discostarsi nemmeno di un millimetro dalla lingua standard, della quale non esitano a erigersi a giudici. E negli inserti dei giornali voluti da Dio milita più di un critico antisommossa ligio al dovere, abbracciato senza il benché minimo pudore alla causa delle convenzioni tradizionali, dalle quali lascia intravvedere toppe da reazionario, per quanto, poi, al baretto dell’angolo si proclami progressista. È davvero difficile introdurre cambiamenti che facciano avanzare il mondo senza rinnovare i simboli destinati a rappresentarlo.

Non è nemmeno il caso, però, di biasimare lo sbigottimento di nessuno quando uno scrittore propina all’improvviso una razione di arcaismi o una porzione di parole inventate, un uso della lingua non rubricato dalla grammatica normativa o un paio di rivolte sintattiche di troppo a ogni pagina. Sono meno comprensibili le reazioni ostili in cui a volte incappiamo davanti a un fatto linguistico insolito. Si vede che la nostra percezione della realtà è talmente assestata su strutture verbali fisse che vien giù l’intero armamentario concettuale non appena la lingua ci sfiora l’udito o gli occhi con una modulazione diversa da quella abituale.

La sensazione di vulnerabilità di fronte a ciò che ci circonda tocca l’apice quando uno si trasferisce in un Paese di cui ignora la lingua. Non mi riferisco al turista in cerca di avventura, che accumula aneddoti sapendo che mercoledì prossimo, se tutto va per il verso giusto, prenderà l’aereo di ritorno, bensí a quel figlio o a quel nipote che vanno a guadagnarsi la pagnotta in posti dove i nativi emettono attraverso il cavo orale rumori incomprensibili ma, pare, significativi.

È solo allora che ci rendiamo conto di quanto la nostra fibra sia fatta di linguaggio; di carne, ossa e nervi, ma anche di parole. Prima o dopo arriva per tutti, perfino per i meno perspicaci, il momento di capire quanto siano brutte le carte che abbiamo in mano per uscire a testa alta dalla partita della vita se non conosciamo bene il funzionamento delle parole e, in sostanza, non riusciamo a trarne beneficio quando prendiamo delle decisioni e nel contatto quotidiano con i nostri simili. Per questo mi sembra che ci azzecchino abbastanza quelli che associano la libertà alla padronanza della lingua.

Altrimenti chiedetelo all’emigrante spagnolo che con la sua valigia di legno arrivava in un distretto industriale della Germania negli anni 60 o 70 del secolo scorso, o anche prima, e ad altri venuti dopo di lui, con valigie già più moderne, senza conoscere la lingua dei nativi e senza sapere un’acca di inglese. Se era fortunato, la fabbrica in cui stringeva bulloni o verniciava carrozzerie otto ore al giorno gli metteva a disposizione fuori dall’orario di lavoro un corso di tedesco, dove il buonuomo, da bravo bambino, imparava a rinominare il mondo: Haus, Baum, Hund (casa, albero, cane).

In generale ai suoi figli e ai nipoti è andata meglio, non solo in ambito economico, cosa che non bisogna mai disdegnare, ma anche in ciò che riguarda lo sviluppo della persona, grazie a un sistema educativo che, in questi tempi di sbalorditive e rapide conquiste tecnologiche, continua ancora a dare spazio alle discipline umanistiche.

La scuola, diceva l’ispettore a noi insegnanti che dovevamo essere esaminati, non è un’istituzione al servizio del mercato del lavoro. Insisteva sul fatto che le aule non fossero state concepite per formare impiegati, ingegneri o infermieri. La scuola serviva, e speriamo che continui a servire, ad aiutare gli alunni a essere, da adulti, uomini indipendenti, in grado di scegliere e perfino di creare i propri criteri e di impiegare gli strumenti intellettuali adatti a capire il mondo e a esprimerlo; tutto ciò, da qualsiasi prospettiva lo si guardi, è intimamente legato alla padronanza delle lingue. E dei numeri, aggiungeva l’ispettore, che in ogni riunione aveva quasi sempre l’ultima parola.

(1) In riferimento alla Real Academia Española (RAE), l’istituzione che veglia sulla lingua (N.d.T.)
(2) Vedi nota 1.

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Informazioni su monicarbedana

Sono un traduttore e dirigo la scuola dell'Università di Salamanca a Torino. Da Salamanca vengo e, prima ancora, da Padova.
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