Per la causa

C’è uno spettacolo favoloso che, visto coi miei occhi, è perfetto per La Causa.
Quale causa.
La mia.
La vostra.
Quella di (quasi) tutti.
La causa del 23 aprile, il giorno in cui è stato sepolto Cervantes ed è ufficialmente nato il romanzo moderno e corale. Il momento a partire dal quale ogni scrittore di questo mondo ha iniziato a porsi il problema, anzi, il pippone, della realtà e dell’invenzione. Da allora, chiunque stringa tra le mani una penna o sfiori una tastiera per raccontare qualcosa diventa debitore del manco de Lepanto.

A Cervantes si pensa un solo un giorno all’anno.
Eppure el Quijote è senza tempo, perché ha dentro tutta la grandezza umana della compassione, della solidarietà, del coraggio, dell’essere brave persone. La lealtà, l’immaginazione, l’amicizia. Ma anche la più oscura miseria degli uomini. Raccontate da uno che è stato precario fino a 60 anni, ha cercato con ostinazione di portare il suo cervello in fuga verso il Nuovo Mondo senza riuscirci, ha vissuto in un’ epoca in cui la Spagna si sfaldava geograficamente e moralmente insieme all’idea di Impero, mentre costruiva nuove barriere e cacciava via los moriscos, ed esigeva che la purezza di sangue venisse provata. Una storia che conosciamo bene, perché è la nostra.

Per tutto questo mi piace che il nuovo tour di Lorenzo si ispiri all’ ingenioso hidalgo. Perché a volte le idee della musica possono spingere le persone ad avvicinarsi a un libro molto più delle sterili campagne a favore della lettura.

Un libro in cui letteratura e vita , oh vita!, diventano una cosa sola.
Un libro che ci spinge a indossare l’armatura del cavaliere errante e a uscire al galoppo a realizzare i sogni (ribalteremo il mondo), ma anche ad imparare a morire rinunciando a essi, senza per questo perdere la dignità.
Un libro in cui la libertà (io ti difenderò, madre dolcissima, esigentissima) è il perno creativo e morale dell’esistenza umana.
Un libro sconosciuto, in Italia, che da più di 400 anni parla di noi con la lingua in cui noi parliamo oggi e sempre, la lingua delle persone comuni, il giornalaio sotto casa, la barista a San Salvario, il fruttivendolo di Porta Palazzo.

Se io fossi un’insegnante di scuola pubblica porterei in classe il cartone animato che introduce lo spettacolo di Jovanotti, perché è più utile di un apparato filologico. E se fossi un editore comprerei alla Real Academia i diritti dell’edizione “popolare e scolastica” del Quijote, adattata da Arturo Pérez-Reverte. Poi ci vorrebbe un traduttore de buena casta (uno come Rossari con Lowry e Dickens), e allora leggere sarebbe come infilarsi tra lenzuola pulite e perfino stirate. Infine, col libro regalerei le mappe della Scuola Holden, per sapere quali e quanti aggettivi definiscono la bellezza e la bruttezza di Dulcinea del Toboso.

Il 23 aprile del 1616 non dovrebbe essere la data di un funerale: segna l’inizio del più grande spettacolo dopo il big bang.

 

Ad Anna, sorella astrologica, grazie con tutto il mio cuore

(nelle foto, sopra, il palco dello spettacolo di Lorenzo a Torino, due sere fa, con il video di Manuele Fior, che ha disegnato anche la locandina del prossimo Salone del Libro -ogni cosa ha un senso ed è un segno-; noi, della Scuola di Spagnolo dell’Università di Salamanca, da una posizione privilegiata controllavamo la coerenza dei contenuti letterari della serata 😉 )

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Informazioni su monicarbedana

Sono un traduttore e dirigo la scuola dell'Università di Salamanca a Torino. Da Salamanca vengo e, prima ancora, da Padova.
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