Imparare la memoria col cuore

Milena Busquets, autrice di “Passerà anche questa”, riflette, nella sua rubrica sul quotidiano “La Opinión” , sul fatto che a scuola, oggi, non s’impari più niente a memoria. E che in francese imparare a memoria si dica apprendre par coeur, imparare  usando il cuore.

Voi ve le ricordate le mattine di scuola in cui aprivamo gli occhi con l’ansia che la notte si fosse portata via il bottino della nostra memoria, e inzuppare i biscotti nel tè ripetendo e ripetendo una litania intima, viscerale, mentre si faceva colazione con Foscolo, con Pascoli, con Brecht, con Umberto Saba e, più tardi, con Corneille e Racine all’università? (la virtù, nel loro teatro, aveva per me un suono così nobile).
Rimpiango molto la concentrazione di quegli anni, niente e nessuno poteva bucarla, intorbidirla, affogarla nella banalità di ora, sollecitati come siamo a disperderci di continuo in parole nostre e altrui destinate a non attechire.

Gli ultimi paragrafi di “Imparare col cuore”, l’originale qui, la traduzione è mia.

“E tuttavia imparare le cose col cuore è una forma (l’unica, a volte) di appropriarsene, di permettere che loro si impadroniscano di noi.

Solo ciò che guardiamo davvero è nostro, il resto non ci appartiene, pur avendolo sotto il naso di continuo.

Ricordo il numero di telefono di mio padre, morto quasi trent’anni fa e quello della mia migliore amica delle medie, che chiamavo tutti i giorni per parlare di come ci saremmo vestite il giorno dopo. Non ricordo il compleanno di nessuno, nemmeno quello dei miei figli, ma so con precisione che faccia fanno quando hanno dei dubbi, quando dicono le bugie, quando si danno arie da adulto.

Una volta ho avuto un fidanzato che mi giurava amore eterno ogni cinque minuti. Ovviamente non gli credevo. L’amore eterno è una cosa molto contorta, molto intima, più condanna che benedizione (sarebbe molto più facile accettare la morte, se l’amore non lo avessimo mai provato o ispirato). Soltanto gli amori insulsi si gridano ai quattro venti, quelli veri invece si incubano come una malattia, si proteggono, non si esibiscono.

Un giorno, stufa delle smancerie del mio ragazzo, gli dissi: “Chiudi gli occhi. E, adesso, dimmi di che colore sono i miei”. Non me lo seppe dire. Non ci vedemmo più. Non si tratta soltanto di amare ciò che conosciamo. È che solo conosciamo davvero ciò che amiamo”

(e, a proposito di amore e di sapere di che colore sono gli occhi altrui, due che l’amore l’hanno reso eterno senza tanto bisogno di giurare e di gridare ai quattro venti, ma incubandolo molto. i miei nonni, a Sanremo nel 1954. il nonno, col lutto per suo fratello Orlando sul bavero della giacca e una rara sigaretta tra le dita. le scarpe inglesi, sempre tirate a lucido)

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Informazioni su monicarbedana

Sono un traduttore e dirigo la scuola ELE USAL di Torino. Vengo da Salamanca e, prima ancora, da Padova.
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