Santini, calzari, calcinacci

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Venerdì camminavo veloce verso la banca (una banca speciale dove concedono liquidi a fondo perduto). Sul selciato di quel punto del portico in cui pesto i coglioni al toro tutti i giorni, qualcuno aveva perso un ventaglio di santini. Erano caduti insieme, crivellati dalla fretta. Tutti eccetto lei, testarda appartata e rude, l’unica che so riconoscere sul santorale perché non amava farsi ritrarre e dunque quel suo dipinto è inconfondibile e si trova in un convento ad Alba de Tormes: è santa Teresa d’Avila. La santa spezzettata, una mano sul comodino del caudillo Francisco Franco per quasi quarant’anni, il cuore altrove, il resto del corpo che ancora emana profumo di rose da una fossa dentro cui non giace più. La scrittrice sensuale e impetuosa, capace di spiegare l’estasi con precisione da bisturi, la narratrice del dubbio che quell’estasi non fosse precisamente mistica. La borghese erede del più bel palazzo di Avila, che viaggiò ovunque solo sui propri calzari. La donna spiccia che non le mandava a dire nemmeno a San Giovanni della Croce, amico “con derecho a roce” –friend with benefits– dell’anima.
Non credo, ma credo.
Ai segnali. Alle traduzioni dei segnali.
Significava partire. Fare bottino in banca e scappare. Calzari. Amici.

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Ogni viaggio è una promessa silenziosa. È questione di fedeltà. Non tanto/solo alla coppia (non siamo così banali) ma alla sua, -tua e mia- immortalità.

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“Chi teme le nubi, non parte mai”.
So partía.
Se gavemo catà. Catarse, catarsi.
La gera na sorpresa.

Nella libreria di quando ero ragazza, sabato 21 si  è parlato di “Apri gli occhi” con Matteo Righetto (intervistato da Davide Penello). Il romanzo, dopo la menzione speciale al Rigoni Stern è candidato al premio Comisso 2016. Vincerlo non sarà più difficile che salire sullo Schenon del Latemar. Anche Matteo ha buoni calzari e quella vetta l’ha raggiunta più volte.

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A Torino nel frattempo piovevano calcinacci da soffitti altissimi e rimbalzavano su cieli blu. Gratteremo via dalle pareti quel viola che puzza di settimana santa e vi spalmeremo burro e sangue di toro a tracciare arcani e savi simboli universitari. L’antico del parquet tornerà lucido come cioccolata in tazza sotto i nostri piedi. Vorrei fosse Sorin, col suo italiano infinitamente meno straniero del mio, a raccontare come sta nascendo questa scuola; lui però tiene saldamente al timone dei lavori in corso, mentre io navigo a vista. Scriveremo sul serio, sul profilo Facebook ufficiale, presto, di ogni martellata data e presa.

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La santa di Avila ogni tanto saliva su un mulo; io per la prima volta ho preso un treno di Trenitalia. Scesa alla stazione di Monselice ho trovato il cippo del bisnonno Giuseppe, capostazione durante la seconda guerra, finalmente lindo come la sua storia merita (quella storia che vorrei scrivere insieme a te, perché le mie mani, da sole, non bastano).

Amici amici.
Ho abbracciato, riso, pianto, ascoltato. Parlato, l’indispensabile. Tradotto i silenzi, affondato le dita nelle presenze. Sentita tutta la nostalgia di cui sono capace e quella voglia di dirti molla ogni cosa, vieni, è qui con me, con noi, il tuo posto.
Ho guidato in montagna, in collina, in campagna e sulle buche del mio cuore sterrato perché lei mi ha prestato l’auto che mi ha fatta arrivare ancora in tempo ovunque. Ancora in tempo ovunque.

E poi, una volta a casa, qui a casa, sfilati i calzari e scaldata una tazza di latte, ho trovato in valigia un pacco pieno delle sue caramelle morbide. Mamma.

Ora riprendo la traduzione difficile lasciata in sospeso, ciao.
(ieri era santa Rita, il mio onomastico degli impossibili)

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Informazioni su monicarbedana

Sono un traduttore e dirigo la scuola ELE USAL di Torino. Vengo da Salamanca e, prima ancora, da Padova.
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