Un pentolino azzurro sul fuoco

La sera del 6 maggio 1976 faceva caldissimo, c’erano già le zanzare, tenevamo le finestre aperte e per le strade girava in largo (e sinistro, mi vien da dire adesso) anticipo stagionale Formighéta, con la sua gelateria montata su bici munita di clacson.

Era quasi il compleanno di mio padre, a giorni ne avrebbe 77, ora. Lui di sera amava il caffè avanzato al mattino e riscaldato, anzi, ribollito, in un pentolino di smalto azzurro che mia madre non doveva lavare mai, sennò non era più la stessa cosa senza quella ruffa nera come sedimento pleistocenico. Tre cucchiaini e mezzo di zucchero e poi il pentolino azzurro era volato via dal fornello, e il lampadario della cucina si era sconquassato in rimbalzi, e poi non so come eravamo tutti in cortile, che per fortuna era grande come un parcheggio di supermercato, e stavamo lí, nel giusto mezzo, ad attendere che crollassero casa e capannone (se fosse successo, sarebbero volati pesci, gatti e pescegatti ovunque, lo immaginai molti anni dopo, guardando in tv da un altro Paese le forme di parmigiano rotolare come massi di Sisifo durante il terremoto dell’Emilia).

Ci fu un’altra scossa l’11 settembre, di mattina, era il giorno del mio compleanno, ero ad Abano Terme con mia madre, mi aveva portato a comprare il mio primo reggiseno, era una misura zero che mi stava grande ed era un arnese che m’innervosiva (e il tempo non avrebbe colmato la misura né il nervoso). Quella volta osservai che, in fila lungo il marciapiedi, chi non aveva tirato il freno a mano dell’auto dopo aver parcheggiato (non mia madre, che è una guidatrice scrupolosa) raccoglieva schegge di fanali, fanalini e paraurti smoccolando contro i borborigmi delle viscere della nostra terra.

In casa, per noi, i friulani erano fratelli. I camion di mio padre passavano ogni santo giorno dell’anno sulle loro strade, trasportando pesce vivo dagli allevamenti della Yugoslavia di Tito a quelli di famiglia, a Dueville e a Cresole di Caldogno, in provincia di Vicenza. Le loro frontiere erano le nostre, lì formavano lunghe file per passare la dogana quei bestioni dall’estetica futurista e, per l’epoca, altamente tecnologici, dentro i quali i pesci stavano come in grandi lavatrici con l’ossigeno. Il primo viaggio lungo, sola e fresca di patente, l’ho fatto da Padova a Gorizia, per consegnare in frontiera, da parte di mio padre, dei documenti dimenticati da un autista frettoloso. Più che un viaggio, una missione, un’iniziazione al superamento dei confini.

I camionisti ci portavano ogni giorno notizie del disastro, dai distributori di benzina, i bar, le trattorie che scandivano la loro rotta. Gente, storie, volti veri, non immagini della tivù.

Quell’istinto animale che ti trasforma in cane, cavallo, mucca o luccio perca quando senti la terra smuoverti i piedi per la prima volta, poi non ti abbandona mai più.
Moltissimi anni dopo, in una Salamanca che non è affatto sismica, una scossa di terremoto notturna ha svegliato me, ma non Alberto né nessun altro nel palazzo o nel quartiere. E così mi ero ritrovata sola e scalza per strada, il passaporto in mano e nessuno con cui condividere un timore atavico, pleistocenico quanto la ruffa nel pentolino da caffè di mio padre ma che in nessun caso avrei saputo spiegare.

Anni dopo ancóra, quando sono tornata a vivere in zona sismica, il boato muto, nero e viscoso ha trovato voce chiara nelle parole di qualcuno che era bambino esattamente quanto me quel 6 maggio del 1976:

“Non c’è niente di più ampio dell’immaginazione dei bambini: è un cosmo che fa zampillare dal suo nero lo splendore delle stelle. Il 6 maggio 1976 alle 21.02, con il primo boato del terremoto, la fantasia di tutti i bambini friulani si riunì e si espanse con una dolente, gigantesca bolla per accogliere entro i suoi confini una nuova regione, la regione di un terrore primordiale da animali spaventati. Il presente immutabile venne scagliato in bocca a un futuro buio, privo di dimensione. Il secondo boato sollevò il solaio della grande casa che era nata con la guerra e le tegole lasciarono il tetto come uno stormo di uccelli terrorizzati, il canto di un mondo si sgretolò e versò il contenuto della sua ferita in forma di pietre macinate sul prato dove era apparsa per la prima volta la lavatrice e dove aveva avuto compimento la fatica di mio padre”.

Pierluigi Cappello, “Il tempo che ci vuole”, da “Questa libertà”, Rizzoli

(i tetti immobili di Torino, oggi, dalla torre di Palazzo Madama. il sisma, quarant’anni dopo, denso, viscoso e scuro, dentro di me. lo scaccio a parole, quando posso)
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Informazioni su monicarbedana

Sono un traduttore e dirigo la scuola ELE USAL di Torino. Vengo da Salamanca e, prima ancora, da Padova.
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