Sono qui perché oggi è morto Stendhal.
E perché è rinato Chirbes.

Sono qui per Armance («Sì amica mia, le disse, decidendosi finalmente a guardarla, io ti adoro, non mettere in dubbio il mio amore; ma che razza d’uomo è questo che ti adora? un mostro.»*) e per Michel e il suo giovane pittore, che hanno impiegato vent’anni a uscire dalla stazione di Paris-Austerlitz (per scrivere ci vuole tempo, e dubbio, e appoggiare le scapole sulle rotaie del treno e ascoltare la vita e il suo dopo vibrarti addosso, costringerti a rialzarti di colpo).
Armance e Michel, centosettant’anni di insinuazioni e anfratti prima che l’amore tra uomini veda luce e superficie, e uguaglianza, e rispetto. Almeno sulla carta.

Sono qui per i libri sottili (poche pagine) e colossali di tutti gli amori oscuri, i primi che ho amato:
che di ti amo e mi ami permanente
sia la matassa, sempre arroventata
con luna vecchia e sole fatiscente

(Lorca, Sonetti dell’amore oscuro, la traduzione insuperabile di Valerio Nardoni per Passigli).

Sono qui perché un giorno ho perso le chiavi di casa e, chiusa fuori, mi sono ritrovata.

E perché la mia pelle d’elefante grigio e rugoso si sta scollando come vellum; se solo un amanuense volesse miniarci con perizia una storia, la Storia che attendo.
La primavera cede il posto a un epitelio rosa di culo d’infante, a una fioritura di ciliegio degna della valle del Jerte, della terra dell’imperatore che ho amato come Isabella.

E sono qui per mia madre. E per ogni crepitante silenzio. E per quest’uomo, che sa usare tutti i segni di punteggiatura come neumi senza pentagramma, Carmina Burana della parola scritta: sotto i miei occhi, dentro le mie orecchie, niente di più erotico.

Da Paris-Austerlitz, il libro postumo di Rafael Chirbes, uscito in gennaio per Anagrama. La traduzione è mia; le parentesi, sue.

(è così bello ciò che è finito, o si è dissipato, che non ha potuto essere, o è andato rotto e perduto; quello che non ho saputo, che non faceva il caso mio, che non ho voluto custodire, o che ne so: sto parlando del dolore che adesso provo verso qualcosa che la malattia ha risolto in modo categorico, la porta chiusa al pentimento, il dubbio sciolto sulla possibilità o meno di ripensarci. Ha trasformato in irreparabile quel che fu, qualsiasi cosa fosse).

(*Stendhal, Armance, Ed. Folio, la traduzione è mia «Oui chère amie, lui dit-il en la regardant enfin, je t’adore, tu ne doutes pas de mon amour ; mais quel est l’homme qui t’adore ? c’est un monstre.»)

Poi è caduta la neve sulle lenzuola pulite e sugli abbracci presi a bocca aperta, come fiocchi del cielo.
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Informazioni su monicarbedana

Sono un traduttore e dirigo la scuola ELE USAL di Torino. Vengo da Salamanca e, prima ancora, da Padova.
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