Apri gli occhi

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A Torino per domani aspettiamo la neve, infatti compriamo tulipani al mercato (a Porta Palazzo, all’una e mezza, scendo quando il mondo risale, i venditori mi trattano con stanca indulgenza e la spunto sui fiori fuori stagione, capricciosi, del sabato. existe siempre una razón escondida en cada gesto).

La neve, non mi sta in tasca (no me sta in scarsèa, non mi va per niente bene che) guardare in fondo ai viali e vedere le montagne uguali a giugno, quando ho traslocato. Di montagne bianche ormai leggi solo nei libri, solo lì apri gli occhi e le vedi, le tocchi, ci respiri insieme. “Vi sembrerà di respirare anche con la vista. Grande e immensa la parete del Latemar”.

Mi si confondono le montagne nel cuore, il Latemar, l’Ortigara, il Tourmalet, la Peña de Francia, ora il Monviso. Non dubito mai di una cosa soltanto: della parola scritta quando si fa perfetta dentro una storia raccontata e sull’impalcatura che la regge. Questo è “Apri gli occhi” di Matteo Righetto, uscito il 21 gennaio per i tipi di Tea, quando si aspettava al varco l’ autore che ha saputo scrivere un piccolo classico come è già “La pelle dell’orso” (finalista al premio Rigoni Stern e al Cortina d’Ampezzo; vincitore della Coppa dei Lettori, tutto nel 2014) e gli si chiede la prova del nove, del dieci e del quindici-sedici, soprattutto se dall’orso sta uscendo perfino un film.

“Camminerete fino ad arrivare sotto una parete verticale, dove avrà inizio una via ferrata che non riconoscerai. Lui partirà senza dirti niente, e tu lo seguirai. Salirete e salirete e lui ti dirà di non voltarti mai, sarà l’unica cosa che ti dirà: di non voltarti mai”.
Se la scrittura, come la vita, è quella parete verticale da scalare senza voltarsi, inutile girarsi indietro a cercare in “Apri gli occhi” il riflesso della pelle dell’orso, perché Matteo in ogni romanzo sa fare la muta meglio di un baco da seta e, di volta in volta, le sue parole saranno sempre seta, declinata però in damasco, chiffon, moiré. E il telaio qui ha lavorato leggero su fili verbali che raccontano il presente usando solo il futuro e il passato, una gagliardia narrativa che a dirla così potrebbe sembrare spocchia, invece no, è un bicchier d’acqua sorseggiato nei giorni di febbre. E parlano tutti, nel romanzo, mentre nessuno racconta; non c’è esibizione di sé, c’è il raccoglimento di un nucleo di affetti che nascono e rinascono lungo la parete verticale dell’esistenza e del dolore. “Le parole conducono ai fatti, preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza”.

Le parole. Stanno tutte al posto giusto, tra queste pagine. Né più, né meno. È l’equilibrio della ferrata; lo chiamerei pienezza, più che maturità (che già c’era, ed è un termine usurato). E questo racconto lungo o romanzo breve (cosa ce ne frega degli incasellamenti, se non ci pensava neanche Juan Rulfo quando scriveva Pedro Páramo) ci mostra il modo in cui dovremmo stare sempre dentro un libro, in una storia: “come distesi sopra il mondo, o almeno il nostro, di mondo, e ci sembra di galleggiare in cielo”.

Coppia (pareja, in spagnolo, è così bello, c’è dentro par, pari, c’è l’essenza di quell’equilibrio che nel libro di Matteo un uomo e una donna trovano, perdono e recuperano solo sbucciandosi le ginocchia in vetta), famiglia, non famiglia, Natura, montagna, catarsi, catar (spagnolo, provare, provare coi sensi, assaggiare un vino), catarse (veneto, trovarsi).

Sarà uno dei libri dell’anno, ci ho scommesso olio e vino, mentre a Torino aspettiamo la neve sui tulipani, che copra, purifichi e dia respiro. Solo dopo, la primavera.

Matteo Righetto, “Apri gli occhi”, Edizioni Tea, 158 pagine, 13 euro.

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Informazioni su monicarbedana

Sono un traduttore e dirigo la scuola ELE USAL di Torino. Vengo da Salamanca e, prima ancora, da Padova.
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Una risposta a Apri gli occhi

  1. mssrlmLia ha detto:

    Viene proprio voglia di leggerlo un libro di cui qualcuno parla così.

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