Eleonora

Mancava solo lei.
È arrivata al mattino di stanotte, quando non l’aspettavo più. Sono passati quasi due anni.
Aveva freddo e mi si è infilata nel letto senza dire una sola parola.
Non dal suo lato, che ora è il mio, ma in quello di lui.
Aveva freddo.
Le ho scaldato le mani e i piedi facendoli prigionieri tra i miei. Ci ho messo il fiato. Si è addormentata nella camicia da notte di fustagno, quella a fiorellini blu. Io, ormai insonne, morivo di caldo.

Come uno che sta sognando e sa
di sognare e nel sogno si ribella
al sogno per liberarsi di quella
camicia di forza o Nesso che già

un po’ cede, un po’ si scuce s’appella
disperatamente alla potestà
dei nervi che lo catapulti là
dove trema e si inerpica la stella

del piccolo giorno e forse ci si
strappa via con spasimo ciecamente
dalla madre per nascere, così

sarà, credo, anima, la più urgente
delle volte che tu e la mente una
per volta passerete dalla cruna.

Giovanni Raboni, da Tutte le poesie, 1949-2004, raccolta Quare tristis, Einaudi

(i miei penati, tutti finalmente in pace. mamma, l’hai mai vista la nonna con una collana al collo? so che questa foto di lei con la zia Carlotta ti piacerà)

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Rischiare, un mestiere da donne

Domani, 21 settembre, dalle 14.30 alle 16.00 parteciperò al seminario “Rischiare? Un mestiere da donne!” al Museo del Risparmio di Torino; progetti, entrambi, di Intesa San Paolo. Alcuni studi, a quanto pare, rivelano una minore propensione delle donne ad assumersi rischi in campo finanziario, e così mi hanno invitata a spiegare come e perché ho deciso di aprire ELE USAL Torino, la prima scuola di lingua spagnola dell’università di Salamanca in Italia.

Non sono una specialista del risparmio, chi mi conosce lo sa, spendersi è uno dei miei verbi preferiti. Spendersi, ma spendersi bene, fino a esaurimento scorte ed energie, nelle persone e nelle cose che ci stanno a cuore.

Perseverare, se si è convinti della bontà di un’idea, perseverare e rompere tutti i maroni che bisogna rompere, ma con dolcezza, con educazione.

Ascoltare gli altri, ascoltare sempre, ma poi decidere in solitudine assoluta, in tempi brevi e senza mai guardare indietro.

Liberarsi dalle radici, strapparle dalla terra anche se, come il destino, ce le trasciniamo abbarbicate ai piedi.

Uscire, andare via, lontano, guardare tutto da fuori, da un altro pianeta, e accorgersi che le difficoltà si rimpiccioliscono man mano che aumenta la distanza dal nostro ombelico.

Essere frugali, di questo sì sono una gioiosa esperta. Trattare bene le cose e farle durare, sentirne la compagnia e il loro morbido adattarsi alle diverse fasi della nostra vita.

Di tutto questo, e tutto insieme e sempre in un groviglio, come un enorme gomitolo di lana di quelli che sferruzza mia madre, è intessuta la rete di salvataggio che m’impedisce di avere paura le tremila volte al giorno in cui mi lancio a pelle d’orso sulla vita.

È ciò che dirò, più o meno, domani.
E aggiungerò che ho rischiato così tanto che, per il momento, a scuola mi siedo ancora per terra, ma la soluzione c’è ed è solo questione di rompere con gentilezza un altro po’ di maroni. E le sedie Ikea saprò farle sembrare autentiche Mies van der Rohe.

(nel cuore ho una lista di ringraziamenti lunga sette otto milioni di chilometri per gli affetti che mi hanno aiutata ad arrivare fin qui. ci sono però sette donne -come sette vite-, sette regine di un lungo cammino iniziato lo scorso 4 gennaio, a cui va più concretamente il mio pensiero, in questo primo atto ufficiale che riguarda la scuola. a loro, grazie. e grazie a loro. e al dottor Celso, beato tra sette donne: Patrizia, Giuliana, Sara, Laura, Caterina, Teresa, Rosaria)

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Cuidar de

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(in italiano, sotto)

El se levantó para pedir otro pastel y ella aprovechó el momento para recoger del respaldo de la silla su jersey, que se estaba arrugando. Lo dobló con esmero para luego colocarlo donde no se aplastara. Le gustaba mirar y tocar su ropa.
Cuando él se volvió a sentar se dio cuenta de una pequeña herida en el pie de ella, de la que ella misma se había olvidado.

(pasión por el microrrelato en español y no atreverme.
mi padre y mi madre sobre la nieve de Asiago hace más de cincuenta años.
muy guapos, ellos; nosotros, sin embargo, somos mucho más que dos)

***********
(il microracconto in italiano si pratica solo su twitter ma è in spagnolo che davvero mi affascina la sua potenza e vorrei provare e poi mi vergogno ma ogni tanto ci casco.
mio padre e mia madre sulla neve di Asiago più di cinquant’anni fa. belli. io e te, però, siamo molto più di due.
mi traduco malamente, con grande pena constato ogni giorno che l’italiano non sopporta più il passato remoto. siamo una lingua al presente, un fantasma dell’inglese)

Prendersi cura

Lui si alza e ordina un’altra fetta di dolce, allora lei ne approfitta per togliere il maglione dallo schienale della sedia prima che si stropicci del tutto. Lo piega con cura e lo ripone dove non gualcisce. Le piace guardare e toccare i vestiti di lui.
Lui torna a sedersi e nota una piccola ferita sul piede di lei, della quale lei stessa si era scordata.

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Gli elementi del giornalismo

Traduco al volo la parte finale dell’articolo più bello della settimana: da “El País” Juan Cruz ci ricorda, tra le altre cose, che il giornalismo non è opinione e che la rete è, sempre più spesso, ricettacolo di impunità (la prima parte del pezzo elenca una serie di casi di insulto e diffamazione a giornalisti e giornali, vicende molto note in Spagna).
Con un omaggio a Eugenio Scalfari.
L’articolo completo qui

“Gli elementi del giornalismo”

Di Juan Cruz, vicedirettore de “El País”

Oggi il giornalismo viene via via infettato dall’opinione e, in buona parte, dall’insulto camuffato da opinione. Fatti irrilevanti non accertati, precisamente perché irrilevanti, assumono forma di grandi scandali su quei media che non hanno pudore a esporre i loro dati davanti allo specchio dell’interesse del pubblico. Ferire solo per ferire, perché il nemico va affogato in acqua sporca. The New York Times ha avvertito i propri giornalisti: l’opinione (l’Opinione) ha un suo posto all’interno del giornale e quel posto non è l’informazione. In Spagna l’opinione è ovunque e spesso l’informazione che si dà è pura opinione contro coloro a cui si vuole male.

Bill Kovach e Tom Rosenstiel, due grandi studiosi della professione, pubblicarono agli inizi di questo secolo le loro conclusioni di una ricerca destinata a fornire un codice degli elementi essenziali del giornalismo (“Elementos del periodismo”, 2003, pubblicato in Spagna nel 2012): “1: Il primo dovere del giornalismo è la verità. 2: Ha l’obbligo di essere leale verso tutti i cittadini. 3: La sua essenza è la disciplina della verifica. 4: Deve mantenere indipendenza da coloro su cui informa. 5: Deve esercitare un controllo indipendente del potere. 6: Deve mettere a disposizione un foro pubblico per la critica e il commento. 7: Deve sforzarsi di fare in modo che il significante sia suggestivo e di rilievo. 8: Le notizie devono essere esaustive e avere proporzione. 9: Deve rispettare la coscienza professionale dei professionisti del settore”.

La facilità con cui al giorno d’oggi si scatenano certe voci, certe conclusioni precipitose; gli insulti e l’assedio ai media o a chi non è sulla stessa lunghezza d’onda di coloro che si sentono depositari della verità genera, sfortunatamente, la sensazione che il giornalismo sia un’altra cosa, un grido, un insulto o un pugno sferrato. E invece non è un’altra cosa. È ancora così come lo definiva Eugenio Scalfari: “Il giornalismo è fatto di persone che dicono alle persone ciò che accade alle persone”. Ci stanno vendendo merce adulterata e, come se non bastasse, il pubblico la sta comprando gratis, non tanto perché è gratuita ma perché stanno facendo in modo che non abbia nessun valore.

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Amarsi e fare il bagno e bere ed entrare da un parrucchiere

Julio Cortázar e Carol Dunlop quando, insieme, erano autonauti della cosmopista

Julio Cortázar e Carol Dunlop e la roulotte quando, insieme, erano autonauti della cosmopista

C’è questa pioggia d’agosto che finalmente rinfresca il bosco. E l’odore di cane bagnato della città, e quello greve della cera d’api appena spalmata sul tavolo. La pulizia profonda, il rito ogni volta che inizia un nuovo viaggio, che sia di chilometri all’ora o alla velocità con cui viaggia il pensiero.

Ci sono Julio e Carol, quasi un anno dopo, sull’auto che si allontana da Torino tra le onde di una tazza di brodo bollente e supera ogni frontiera. La mano di lui, quando in strada si spengono i lampioni, cerca il lenzuolo che copra quelle spalle nude prima che lei senta freddo.

Certi viaggi si fanno sul filo della carezza di ogni parola spezzata tra due come un’ostia consacrata, scritta, detta, taciuta, trascinata su una tastiera, spremuta nell’inchiostro della stilografica. Si torna stanchi e sporchi, con l’odore di benzina sulle mani e, sulla lingua, quello dei caffè di strada; con l’orlo dei pantaloni sudicio dei pavimenti sempre bagnati dei bagni di autogrill; con voglia di continuare ad accelerare ma anche di inerzia, di pulizia e di nuovi fogli in bianco su cui posare il capo.
Dovevo un omaggio a quest’uomo di settembre e a una delle coppie letterarie più belle di sempre. E a una traduttrice, Flaviarosa Nicoletti Rossini, ancora insuperata.

Julio Cortázar, “L’autostrada del sud”, da “Tutti i fuochi il fuoco”, Einaudi.
Questo libro, mi sono accorta con sorpresa, l’ho comprato a Padova un pomeriggio di gennaio dell’anno scorso. Come se fosse inconcepibile, ormai, comprare libri in altri luoghi che non siano Torino (o Salamanca. O Madrid).

“404 cercò la mano di Dauphine, sfiorò appena la punta delle sue dita, vide sulla sua faccia un sorriso d’incredula speranza e pensò che sarebbero arrivati a Parigi e che avrebbero fatto il bagno, che sarebbero andati insieme in qualche posto, a casa sua o in quella di lei a fare un bagno, a mangiare, a fare il bagno interminabilmente e a mangiare e a bere, e che poi ci sarebbero stati mobili , una camera da letto con mobili e una stanza da bagno con schiuma da barba per farsi davvero la barba, e gabinetti, pranzi e gabinetti e lenzuola, Parigi era un gabinetto e due lenzuola e l’acqua calda sul petto e sulle gambe, e una forbice per le unghie e vino bianco,  avrebbero bevuto vino bianco prima di baciarsi e sentire che profumavano di lavanda e di colonia, prima di conoscersi davvero in piena luce, fra lenzuola pulite, e tornare a fare il bagno per gioco, amarsi e fare il bagno e bere ed entrare da un parrucchiere, entrare in un bagno, carezzare le lenzuola e carezzarsi fra le lenzuola e amarsi fra la schiuma e la lavanda e gli spazzolini per i denti, prima di cominciare a pensare a che cosa avrebbero fatto”.

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Altre volte

“Talvolta, dopo il successo di un concerto per il quale aveva ricevuto applausi e denaro, si era sentito quasi in grado di trasformarsi in quella sfuggente entità che era l’uomo di casa. Altre volte, in compenso, anche dopo essersene andato e divenuto marito e padre, gli capitava di sentirsi ancora un bambino smarrito”.

Di attese e silenzi, tra un pentagramma e la paura e l’amore.
Julian Barnes, “Il rumore del tempo”, traduzione di Susanna Basso, Einaudi.

(le volte che su questo quaderno troverai scritto il tuo nome con l’inchiostro verde)

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11, un anello, una cifra tonda

(en español, más abajo)

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Ho disegnato, in questi mesi.
Pareti rosse e soffitti bianchi. Oggi, scaffali, sedie, lunghi tavoli su cui poggiare le braccia, per stare gomito a gomito con le parole. Due poltroncine, una cassettiera laccata. Niente ornamenti: negli occhi, sulla punta della matita, la frugalità dell’aula di Fray Luis.

Ho disegnato, poi, su un foglio grande, intonso, un numero tondo e dispari, dispari come l’undici, che invece è seccosecco e lungo. Sono le cifre che ho sulla pelle, l’alfa e l’omega di gennaio che, passando per il tau, a settembre compongono un alfabeto nuovo .

La vita è un cerchio, un numero rotondo e sonoro, insomma, un anello.

ANELLO   (Pierluigi Cappello, da “Dedica a chi sa” in “Azzurro elementare”, BUR)

Quando la passione dura, tutto un mondo scompare
e la tua mano non è più la tua mano
e la mia mano non è più nella tua.

Quando sto con il mio silenzio nel tuo
il mio silenzio splende di giovinezza
e un mondo -che era nascosto- riappare.

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È questa la mia scuola (mía de mí). Dentro lunghi corridoi si era nascosta anche l’energia per tornare a tradurre le sue poesie. Non più, mai più. È ora di compiere.

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He hecho unos cuantos dibujos, en estos meses.
Paredes rojas y techos blancos. Hoy, estanterías, sillas, largas mesas sobre las que apoyar los brazos, para estar codo a codo con las palabras. Dos pequeñas butacas, una cajonera lacada. Ningún floripondio: dentro de los ojos, en la punta de los dedos, la frugalidad del aula de Fray Luis.

Luego he dibujado, sobre un folio grande, intonso, un número redondo e impar, impar como el once, que sin embargo es enjuto y largo. Son las cifras de mi piel, el alfa y el omega de enero que, pasando por el tau, en septiembre componen un alfabeto nuevo.

La vida es un círculo, un número redondo y sonoro, un anillo, pues.
La de arriba es mi escuela (mía de mí) y estas son mis ganas de volver a traducir (también).

ANILLO (Pierluigi Cappello, poema sacado de “Dedica a chi sa” en “Azzurro elementare”, BUR)

Cuando la pasión perdura, todo un mundo desaparece
y tu mano ya no es tu mano
y mi mano ya no está en la tuya.

Cuando estoy con mi silencio en el tuyo
mi silencio destella de juventud
y un mundo -que estaba escondido- reaparece.

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