Cergoly

Zia Resi
A Vienna nel diciotto
“Die Katastrophe”
Un pianto dirotto
Longo disperà
Me lo sento sonar
Ancora ne la testa

In salotto serada
Col vestito de Grezler
Protocolà de Corte
Col revolver del nono
Copada la se ga
Come un rosso boton
in mezo al peto

Al funeral con tanti fiori
Mi drio
Vestì de marnier
Sul nastro “Zrinyi”
E tuto in giro
Musica de Bach
Sonada longa
Come sufigada

Un pony alegro
In fondo
Tirava la Grancassa
Triangolada d’Impero
Oh i bei colori
Incordonai de nero

Carlo Luigi Cergoly Serini (Zrinyi), da “Latitudine nord”, Mondadori.

Nel mio girovagare inquieto tra veneto, spagnolo e friulano qualcuno mi ha fatto un regalo un giorno particolarmente jodío (fottuto, traduce in americanata lo Zanichelli, mavalà, un di’ del casso, un giorno di mmmerda), quando credevo di essermi inceppata del tutto. Cergoly resistente e imperiale, il successo a 70 anni y adelante siempre. E poi anche lui è di settembre.

La tía Resi
En Viena en el Dieciocho
“Die Katastrophe”
Un llanto como un cántaro
Largo ‘sesperado
Lo oigo sonar
Aún en mi cabeza

En el salón encerrada
Con el vestido de Grezler
Protocolada de Corte
Con el revólver del abuelo
S’ha matao
Como un rojo botón
Entre el pecho

En el funeral con tantas flores
Yo detrás
De marinerito
El lazo “Zrinyi”
Y todo alrededor
Música de Bach
Sonata larga
Como ahogada

Un pony alegre
Al fondo
Arrastraba el bombo
Drapeado de Imperio
Oh bellos colores
Encuadrados en negro

Carlo Luigi Cergoly Serini (Zrinyi), “Latitudine nord”, Mondadori, la traducción es mía. Un autor de Trieste, que escribió en véneto y en friulano, me lo regalaron un día de verano especialmente jodido, cuando estaba casi convencida de que ya de mis manos no saldría nada (a veces las palabras se atropellan y atascan). Logró el éxito a los setenta años, así que tranquilidad, hay tiempo.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Il rossetto (last but not least)

È come quando parti presto e di fretta e togli di notte mutande e calzini dallo stendino, mica troppo asciutti, e hai preparato del cibo da viaggio, incellofanato come i pensieri e i battiti del polso, poi dei biscotti, che non facciano troppe briciole sui cuscini, e hai scelto con cura, con molta cura, cosa leggere e chi ascoltare e sulla poltrona della scrivania è pronto un vestito comodo quanto vecchio, che lasci le braccia nude e le vene in vista sotto la luna di una pelle più tersa ma anche molto stanca, ai piedi scarpe veloci da togliere per saltare sul letto, gli occhiali da sole solo per il ritorno, all’andata il buio del mattino già lievemente autunnale, e infine al dito un anello a cui tieni, al polso l’orologio di tuo padre e in borsa la sua penna e due taccuini, ai lobi minuscole rose di un paese lontano, su tutto il rossetto, mai dimenticare il rossetto, nemmeno all’inferno.

(Ad Anna, che pedala per me ogni mattina.
A Stefania e Francesca, a una vita intera così vicine, non importa quanto io fossi lontana sul mappamondo. Esserci sempre senza bisogno di cercare o chiedere. Esserci domani. E dopo.)

20160504_164034

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato | Lascia un commento

Di cristallo

“Non so a chi ho sentito dire una volta che ci sono parole di un cristallo così delicato che se vengono usate, anche una sola volta, si rompono, versando il loro contenuto e macchiando”.

Rafael Chirbes, “La bella scrittura”, traduzione di Augusto Guarino, Feltrinelli, pag. 59

(adesso, che vorrei essere macchiata, sporca dalla testa a piedi, ho intorno un bianco disinfettato, cotone e garza di silenzio, sterile pulizia)

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato | Lascia un commento

Margaret Atwood, “Per ultimo il cuore”, Ponte alle Grazie

(sì ho continuato a scrivere, mamma.
Rossetti, vedessi che Beretta meraviglioso, colonnello)

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , | Lascia un commento

Partido

Mando a Salamanca una foto dell’entrata del Polo Reale e scrivo “casa” e da casa mi rispondono “cazzo, sei peggio di quelli di Bilbao che chiamano il Guggenheim la cuccia del cane“. E, sempre da casa, aggiungono: “Eres un buen partido”, e la faccetta che fa l’occhiolino.

Partido.

Eres un buen partido, che significa sei un buon partito (e un bene non più quotato sul mercato matrimoniale, rispondo), ma anche sei una bella partita (sì, mi riescono bene soprattutto i calci di rigore, dico).
Partido anche come participio passato, spezzato, come un cuore, corazón partío. E partido, partito politico, a sinistra come il cuore, che poi, come il cuore, è l’impossibile.

20160810_161126 (1)
(Oggi, sotto la solita mongolfiera di Barnes, che però questa volta non si sa se vola via lontano, sopra le nuvole, scoreggiando gioiosa su chi rimane a terra, oppure se precipita e s’infilza e si sgonfia con un peto regale sulla recinzione del Palazzo Reale, come un San Sebastiano nella notte di San Lorenzo).

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato | Lascia un commento

Entero

Alla lista delle parole spagnole che mi piacciono ho appena aggiunto l’aggettivo entero/a che, come in italiano, indica una cosa intatta, completa di tutte le sue parti, ma denota anche, se applicato a una persona, la sua forza d’animo, la capacità di dominare i sentimenti, le emozioni, le avversità, i dolori, le paure (nel mezzo di qualsiasi tempesta, di una persona che rimane imperturbabile si dice él/ella está entero/a). È  mostrarsi, sapersi mostrare, esternamente intatti. Una compostezzaa cui nessuno educa più.

(poi ci sono quelli  un po’ sbeccati, ma solo un pochino, che sull’entereza altrui appiccicano le loro ventose senza pensarci due volte. col caldo, quei tipi lì, frantumarli, ecco)

In una mano, una scatolina di pastiglie Leone al sapore di torta al cioccolato, che qui a Torino le inventano tutte per liquefarmi. Nell’altra, le lettere di Pedro Salinas a Katherine Whitmore sui “sì” che si dicono, su quando si capisce bene se sono “enteros” o no.

“Il primo , in amore, si concede con relativa facilità, risulta facile, alle volte non sa cosa promette. È dopo, quando si fanno avanti i di tutti i giorni, quando arrivano gli ostacoli, gli inconvenienti, che si sente davvero se il dell’inizio era totale o no. Tú, Katherine, mi dici ogni giorno, dopo avermi concesso il primo”
(la traduzione è mia)

El primer , en amor, se da con relativa facilidad, es fácil, no sabe lo que promete a veces. Es luego, cuando vienen los síes de cada día, cuando llegan los obstáculos, los inconvenientes, cuando se siente verdaderamente si el primero era o no total. Tú, Katherine, me vas diciendo sí, cada día, desde que me diste el primero.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , | 2 commenti

Ho sognato la pazienza. Era un rasoio tra le mie mani, impugnatura d’osso, lame dorate, un vasetto di crema al muschio bianco. Sotto, la pelle di un uomo. E fiducia.

Non era mio padre, cowboy elettrico.
Non era il nonno Resio, che pure si radeva in quel modo antico, alle volte, d’estate, in montagna, l’asciugamano sulle spalle nude, chino sulla vasca dei panni, soltanto acqua fredda.

Era il generale nel suo labirinto.
Avevamo tutto il tempo del mondo, io, lui, la sua barba.

(a chi gentilmente ancora me lo chiede, i libri di queste settimane taglienti e radenti. grazie per la fiducia, la stessa del rasoio):

– Pia Pera, “Al giardino ancora non l’ho detto”, Ponte alle Grazie
– Elizabeth Strouth, “Mi chiamo Lucy Barton”, traduzione di Susanna Basso, Einaudi
– Paolo Nori, “Grandi ustionati”, Marcos y Marcos
– Rodrigo Hasbún. “Andarsene”, traduzione di Giulia Zavagna, Sur
– Audur Ava Olafsdottir, “Il rosso vivo del rabarbaro”, traduzione di Stefano Rosatti, Einaudi
– Miguel De Cervantes, “Don Quijote de la Mancha”, libro I, edición de Florencio Sevilla Arroyo, Penguin Clásicos-
– Manuel Rivas, “El lapiz del carpintero”, DeBolsillo

Pubblicato in Uncategorized | 3 commenti